5. Milan to Cape Project: Part II 2011-2012

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Once again you can read Gaz Fontana’s travel diary below if you speak Italian. Japanese and Eglish translations to follow….

Disclaimer: Se siete della Polizia, la prima parte del racconto è frutto di fantasia e non è la ricostruzione di fatti realmente accaduti.

Dopo 2 anni di attesa, Justine in Kenya nelle sapienti mani di Gigi Freguglia e noi nei piani ciechi dei nostri destini, decidiamo che l’Africa bisogna finirla.
Nel frattempo Rendi si e’ messo a vendere case a New York cavalcando l’onda favorevole dei mutui sub prime, Ben si e’ messo a vendere piastrelle in Giappone e contemporaneamente prodotti per il benessere in Italia, sfidando la crisi nucleare del Sol Levante e quella economica del bel paese. Io invece mi sono trasferito in Olanda con la Yamaha per rimanere nel rigoglioso settore motociclistico che in Europa segna, ormai da qualche anno (più o meno da quando sono entrato io), crescita negativa double digit. 
In poche parole mentre il mondo occidentale crolla su se stesso noi decidiamo di concludere quello che abbiamo iniziato.
Il dottor Gigi Freguglia, vecchio lupo di mare, italianissimo, milanesissimo e residente da ormai 4 anni a Watamu, Kenya ci assicura che Justine e’ in ottima forma, coccolata da un meccanico “locale” di nome Marco e pronta per affrontare l’Africa dell’emisfero australe.
A questo punto manca solo il Carnet de Passage en Douane. Il Passaporto di Justine!
Il Carnet del viaggio precedente è scaduto e teoricamente questo non è un documento rinnovabile. Nel senso che per averne uno nuovo bisogna chiudere il precedente avendo riportato la macchina in Italia.
Ma noi abbiamo la macchina in Kenya.
Ci facciamo consigliare da altri vecchi lupi di mare come fare per averne uno nuovo.
Rendi decide di ascoltare la fonte che allora sembrava essere la più affidabile e che più o meno recitava cosi:

“Per avere un nuovo carnet nella vostra condizione dovete trovare un Prefetto o un Questore che confermi di aver visto la vostra macchina in territorio italiano”

Decidiamo di seguire questa pista e decidiamo di spingere l’intero concetto un po’ più in la.
Due giorni dopo ci presentiamo all’ufficio Aci di Varese con un modulo compilato che attesta che la macchina (Justine) si trova in Italia.
Sotto alle informazioni legali e alle specifiche tecniche del veicolo troneggiano timbro e firma del Prefetto di Monopoli, Puglia.
Timbro e firma scientemente scaricati da Google Images e cuciti sul modulo con Photoshop.
Spacciamo il documento in bianco e nero per il fax appena ricevuto da Monopoli.
Non ci cascano. L’attentissima signora Adriana ci richiama qualche giorno più tardi e ci chiede l’originale.
Cazzo! E ora?
Ora siamo nella merda.
Il carnet è sempre più lontano e in più abbiamo consegnato all’ACI un documento falso.
Passano un paio di settimane durante le quali consideriamo tutti gli scenari possibili, squaleggiamo su internet, contattiamo direttamente l’Automobile Association Kenyota in Nairobi alla ricerca di una soluzione in loco. Niente. Sbattiamo la testa in ogni direzione senza trovare una pista favorevole.
Poi, quando le speranze iniziano ad affievolirsi, l’illuminazione. Il colpo di genio improvviso e inaspettato.

“Ragazzi diciamo la verità”
“Ma sei scemo?”

In realtà sarebbe la stata la scelta più saggia fatta fino a quel momento.
Chiamiamo direttamente ACI Italia a Roma e vuotiamo il sacco con la Sig.ra Grillo.
Ovviamente omettiamo il particolare del documento falsificato, ma le spieghiamo che la macchina è in Kenya e il Carnet è scaduto.
Decide di venirci incontro e tempo 2 settimane ritiriamo il Carnet con scadenza nel 2012 avanzato.

Partiamo!
Forti del nostro Main Sponsor (Only Sponsor non suona cosi bene) Yamalube abbiamo all’attivo una cinquantina di prodotti per Moto e Scooter.
Non strettamente legati al viaggio stesso, i prodotti ci serviranno per fare cassa una volta tornati nel mondo di E-bay e compagnia bella.
25 Dicembre 2011.
Giorno di Natale.
Milano-Amman-Nairobi-Mombasa con Royal Jordanian e Kenya Airlines e poi Mombasa-Watamu in Taxi dopo una negoziazione di circa 3 ore per risparmiare un euro e mezzo a testa.
A Watamu dopo qualche minuto di attesa davanti al portone di legno è proprio ‘Il Gigi’ ad aprirci.
Vecchio lupo, che ha perso solo il pelo, ci accoglie nella Freguglia Mansion e ci ricongiunge a Justine.
Fiammante. Portapacchi riqualificato all’Africana (plastica, legno e fil di ferro), tetto riverniciato con un avanzo del materiale usato per il pavimento della Freguglia Mansion e 2 molle significativamente più robuste all’anteriore.
Le altre operazioni di riqualifica di Justine sono un po’ come la vertebra di Moffetta, nel senso che sono dentro e non si vedono, ma Gigi ci assicura che il meccanico Marco ha fatto un gran lavoro.
Cazzo Justine, ci sei mancata!

Passiamo 3 giorni con Gigi, un po’ perché glielo dobbiamo. Ci ha tenuto la macchina 2 anni. Un po perché nella Mansion di Watamu non si sta male. Un po’ perché abbiamo ancora bisogno di un timbro di entrata sul Carnet nuovo.
E’ l’ultimo baluardo per guadagnarsi la legalità e uscire dal Kenya senza problemi.

Visitiamo l’ufficio Doganale di Malindi, poi quello di Mombasa, poi il Porto di Mombasa e nuovamente la Dogana di Mombasa.
Ci muoviamo sul sottilissimo filo che separa la legalità dall’illegalità, le mance dalla corruzione, le tasse dalle bustarelle.
Ma in termini di Diplomazia siamo dei mostri.

Alla fine sono circa 80 euro in moneta locale che ci permettono di avere il timbro.
“Tassa di Importazione temporanea” pagata in strada da mano a mano e senza ricevere alcuna ricevuta.
Ma la risposta a tutte le domande è una:
“T.I.A” (ti.ai.ei)
“Che vuol dire?”
“This Is Africa….!”

Avanti così!
Prendiamo il largo. La bussola dice SUD e noi ci sentiamo a casa.
Facciamo una 40ina di km da Mombasa verso sud e si rompe la molla posteriore destra.
Cazzo cominciamo bene…
Dormiamo a Diani Beach e la mattina dopo siamo dal primo meccanico.
Ovviamente quando chiediamo parti di ricambio per Justine iniziano a ridere.
Arrivano anche dai paese limitrofi per ridere. E’ la solita storia.
Ma partire con i pezzi di ricambio è da sfigati e quindi facciamo inversione e torniamo a Mombasa.
La Napoli Keniota. Nel senso strettamente negativo del paragone.
Troviamo un’officina specializzata in Ammortizzatori. Roba da 1° mondo. Purtroppo non hanno i pezzi che farebbero al caso nostro, ma riescono ad adattare 2 molle che hanno i casa.
Justine si alza di almeno 8cm.
Ora sembra un vero fuoristrada!
E ora partiamo veramente…
Passiamo la dogana di Lunga Lunga in notturna. Il doganiere si gratta un po’ la testa ma poi capisce cosa deve fare con i 2 carnet. Mette un timbro di uscita su quello vecchio e uno su quello nuovo. Come da copione.
Siamo in Tanzania.
Terra del Serengeti, di Ngoro Ngoro, di Zanzibar, Dar Es Salaam, di Big Five e di Kilimangiaro.
Cosa vediamo?
Niente!
La attraversiamo in 3 giorni.
In proporzione al viaggio la trattiamo come si tratta il Molise quando si guida da Milano alla Puglia (si scala una marcia quando finisce l’Abruzzo e si rimette la quinta qualche minuto dopo al cartello PUGLIA).
Facciamo in tempo a visitare Tanga (piccolo porto sull’Indiano), Mikuni (Parco Safari senza gloria ne infamia) e Iringa (anonima citta nel centro della Tanzania) per la notte di capodanno.
Festeggiamo alle 10.30 perché a mezzanotte stiamo già dormendo violentemente.
Prima di chiudere gli occhi proviamo però ad invidiare quelli che per capodanno sono a S.Mortiz, Crans e Cortina.
Ci riproviamo.
Ancora niente.

Il giorno dopo ci ferma la polizia con la pistola laser. Sostengono che la nostra velocità fosse 73km/h contro i 50 consentiti.
E a questo punto Ben si sveglia. E’ accartocciato dietro in seconda fila. Si scartoccia. Si stiracchia. E inizia a seguire lo scambio di battute con il poliziotto.

-Sapete che non si puo andare cosi veloci in Tanzania
-Guardi Agente, siamo veramente spiacenti. Non pensavamo di andare oltre i 50
-Guardate, è scritto qui, 73km/h. Ma dove siete diretti?
-Andiamo in S.Africa
-S.Africa, ma è molto lontano…

A quel punto Ben sfoglia velocemente il manuale ‘La Diplomazia e l’arte del negoziare con i poliziotti’ e sceglie, tra tante, la frase più azzeccata per la circostanza.
Allunga il collo verso il finestrino:
-Lo sappiamo che la strada è lunga. Se andiamo sempre a 50 all’ora non arriviamo più

Rendi ed io prendiamo in mano la situazione
-Guardi è stanco. Non sa cosa dice. Anzi, l’abbiamo raccattato poco fa. E’ un Kirghizo che cerca fortuna. Lo scusi.

Il poliziotto si allontana verso la volante e dopo una mezzora di contrattazione ce la caviamo senza pagare la multa. Nonostante l’impeccabile diplomazia di Ben.

La sera stessa siamo a Tunduma, confine tra Tanzania e Zambia. Chiuso!
I cancelli aprono alle 7.30 di mattina e quindi troviamo un albergo di fortuna in paese.
Dormiamo poco e male e la mattina dopo attraversiamo in Zambia.
I confini sono sempre un casino ma possiamo dire di aver imparato le tecniche della routine.
In ordine, bisogna:

Rifiutare l’aiuto degli Agenti di Frontiera fasulli
Rifiutare il cambio di valuta dai ragazzi del mercato nero
Seguire le procedure di Immigration
Seguire le procedure dei Customs
Andare a pagare le tasse di importazione temporanea per la macchina
Tornare dai ragazzi che cambiano valuta perché servono soldi locali
Pagare le tasse di importazione temporanea con i soldi appena cambiati
Pagare l’assicurazione
Rendersi conto di essere stati fregati sul cambio
Cambiare nuovamente alla Barclays nuova fiammante che sta dall’altra parte della frontiera

Ormai siamo esperti.

Li a Tunduma sono almeno 10 ragazzi che rincorrono la macchina.
Dal finestrino il primo ragazzo urla
-Are you crossing to Zambia
-Yes
-I happen to be a Custom Agent here to help you
-We are not interested
-OK OK lets go

Venditori instancabili….

Siamo in Zambia.
Obbiettivo Victoria Falls, ma prima decidiamo di fermarci a Lusaka (moderna capitale) per far controllare il solito rumorino ai giunti sferici dei semiassi anteriori.
Anche il capitano del Titanic aveva detto è solo un rumorino…

A Lusaka ci sono tutti i concessionari ufficiali; Honda, Ford, Toyota.
Ma, come al solito, in Africa si passa da situazioni in cui il pasticciere diventa meccanico per guadagnare 2 soldi, a situazioni in cui il meccanico Toyota si rifiuta categoricamente di far entrare una Subaru nella sua officina. Roba da Canton Schwyz…

Per fortuna troviamo un’officina che decide di accogliere Justine.
L’officina si sviluppa in orizzontale con una decina di ponti.
Ad ogni ponte corrispondono almeno un paio di meccanici in rosso che operano sulle macchine.
Tra queste 10 sale operatorie passeggia il capo meccanico. Il Primario. Camice bianco e flemma da professorone. Guarda, analizza, da qualche ordine e poi si sposta al prossimo paziente. Tutto senza sporcarsi mani e camice.
Roba che neanche in Canton Schwyz.

Fanno il solito lavoro di ingrassaggio dei giunti. E come al solito la cura è un palliativo perche il rumorino torna al primo semaforo. Ma quelli che si portano dietro i pezzi di ricambio sono degli sfigati.
Però a questo giro guadagniamo una sicurezza.
-I giunti non si spaccheranno. Dovete solo sopportare il rumorino ma potete fare altri 100.000km prima che si spacchino.
Primario Docet, e noi partiamo più leggeri.

Tempo di arrivarci e siamo a Livingstone. Capitale del Regno delle Victoria Falls. Localmente note come Mosi-oa-Tunya, Fumo che Tuona, sono le cascate più spettacolari al mondo (lo dice Wikipedia…).
Un chilometro e mezzo di fronte che si restringe poi in uno stretto Canyon prima di entrare in Zimbabwe.
Qui incontriamo Hanno, turista tedesco solitario e senza mappe. Con lui ci avventuriamo sul fronte dello Zambesi a pochi metri dall’abisso delle cascate alla ricerca della Devil’s Pool, la piscina del Diavolo.
Le guide, che ci rifiutiamo di assoldare, ci liquidano con un ‘Se volete morire andate pure da soli’.
Non troviamo la piscina maledetta ma esploriamo da soli tutta la zona, tra ripide, rocce a sfioro e vasche create dal fiume a pochi metri dall’abisso delle cascate.
Quello che David Livingstone aveva fatto qualche centinaia di anni prima.
Più tardi ci ricongiungiamo al gruppo di guide che stavano portando in giro 3 ragazze.
Russians I presume… (come avrebbe detto Henry Stanley se fosse stato li)
Passiamo la serata con le 3 esploratrici Moscovite che si rivelano molto meno fredde dello stereotipo pur bevendo molta meno vodka dello stereotipo.
Purtroppo la mattina dopo dobbiamo partire. Salutiamo le nostre nuove amiche e decidiamo di portare Hanno con noi fino in Botswana.

E’ il 5 Gennaio 2012.
Sono passati poco piu di 10 giorni dalla partenza e siamo più o meno al giro di Boa di metà strada.

Passiamo in giornata il confine tra Zambia e Botswana in Località Kazungula.
Qui bisogna attraversare nuovamente il fiume Zambesi con un traghetto che parte ogni 10 minuti.
Il primo traghetto che vediamo arrivare scarica una 50ina di persone. Questi sono tutti carichi di scatole, scatoloni, televisioni, casse di birra, bottiglie di superalcolici. Appena il traghettino li lascia liberi si mettono a correre tutti. Ignorano il posto di blocco di frontiera e cercano di superare il cancello per importare i beni in Zambia senza pagare dazio.
Sembra la migrazione degli Gnu tra il Serengeti e il Masai Mara, quella dei documentari, dove le povere bestie sono costrette ad attraversare il torrente dei coccodrilli.
Ogni 10 Gnu che passano uno viene mozzicato.
Stessa cosa con i contrabbandieri di Kazungula.
Ogni 10 che corrono uno viene arrestato.

Botswana. Ci aspetta una lunga guidata tra la frontiera e Maun (città di riferimento per il Delta dell’Okawango). Stimiamo di guidare giorno e notte.
Locali e viandanti, ci allertano sul pericolo di attraversamento animali selvatici.
Effettivamente la strada lambisce 4 o 5 parchi naturali tra cui il Chobe National Park.
Quindi siamo tutti pronti a scorgere ed evitare gazzelle, cinghiali e altri animali selvatici.
Nessuno ci aveva detto che avremmo incrociato centinaia di Elefanti.
Grossi quanto una Justine e mezzo attraversano la strada di giorno e di notte senza guardare.
Il tutto con la flemma del calciatore che, sostituito al 90° e in vantaggio di 1 a 0, deve attraversare il campo per andare negli spogliatoi.

Arriviamo a Maun all’alba e tutti d’un pezzo, pronti ad organizzare la gita in barca sul delta dell’Okawango.
Come cazzo è possibile che ci sia il delta di un fiume in Botswana, che non si affaccia su nessun mare, oceano o lago?

T.I.A!

L’Okawango è un delta gigantesco in mezzo al deserto. Un mega fiume che durante l’inverno australe piscia centinaia di migliaia di litri di acqua in mezzo al Kalahari e durante l’estate si ritira lasciando piccoli torrenti che collegano i rami del fiume.
La gita è con il Mokoro, imbarcazione storicamente ricavata dal pieno da un tronco d’Ebano, ma recentemente ricavata anche dall’albero di Fibra di Vetro.
Navigazione lenta con il gondoliere che rema sul fondale con un bastone lungo un paio di metri.
Pace e tranquillità tra le frasche della vegetazione tropicale.
In tutto quasi 6 ore di dolce dondolio a pelo d’acqua seduti su un mezzo seggiolino da stadio incastrato sullo scafo del Mokoro.
Una rottura di coglioni che dura mezza giornata.
Tornare a Maun è un sollievo.

A letto presto perché la mattina dopo si riparte. Abbiamo un deserto da attraversare.
Salutiamo Hanno e guidiamo tutto il giorno attraverso Ghanzi fino al confine di Mamuno.
Sappiamo tutti che quando usciremo da quella dogana non saremo più in Africa.
La Namibia si affaccia civilizzata, ordinata. Cose da Canton Schwyz.
Salutiamo l’Africa Nera. Quella con le strade devastate, la povertà onnipresente, i sorrisi giganti e la gioia dell’Oggi, perché sul Domani è meglio non contarci troppo.
La Namibia si affaccia bella e silenziosa.
Guidiamo ancora giorno e notte, infilziamo Windhoek (capitale moderna e anonima) dove alle 11 di sera non ci fanno neanche mangiare. Sfogliamo la guida alla ricerca di un ristorante e scopriamo che la Namibia era colonia Tedesca. Ecco perché non ci fanno mangiare alle 11…
Al mattino siamo a Swakopmund.
Impronunciabile porto turistico che si affaccia sull’Atlantico da una parte e sulle maestose dune del Namib dall’altra.
Rimaniamo 3 giorni. Forse la sosta più lunga dell’intera traversata.
Forse nel posto più brutto dell’intera traversata.
Il primo giorno riposiamo. Se Dio fosse stato Italiano avrebbe fatto anche lui cosi.
Il secondo giorno Moto da Enduro KTM nella Moon Valley.
Il terzo giorno quad Yamaha tra le dune.

Durante l’esplorazione motociclistica io e Ben decidiamo di impartire lezioni di guida a Rendi che è il meno esperto.

Inizio io.
-Rendi, mi raccomando, peso indietro.
Più avanti è Ben a dargli istruzioni
-Rendi, mi raccomando tieni il peso al centro della moto.
Poi di nuovo io con la seconda lezione
-Rendi, le curve falle da seduto con la zampa fuori
Poi nuovamente Ben
-Allora Rendi, per le curve mi raccomando stai in piedi

Avanti cosi fino alla fine del giro.
Rendi per fortuna non ascolta nessuno dei due.

Il 4° giorno ripartiamo da Swakopmund alla volta di Sossuvlei. A detta di tutti paradiso incredibile nella cornice delle dune rosse più alte al mondo.
La strada per arrivarci è una pista bianca di ghiaia larga quanto 2 carreggiate di Autobahn tedesca. Corre in mezzo a un deserto roccioso giallo. Struzzi a bordo pista e Justine che vola come il vento.
A quanto pare dopo la ghiaia la direttissima per Sossuvlei diventa asfaltata fino a 4km dal traguardo e per l’ultimo tratto serve una 4×4.
Cosi dice la guida…
Arriviamo all’intermedio dei 4km se ci fermiamo a chiedere informazioni a guide e turisti.
Incontriamo una coppia di Inglesi con un pick-up dalle dimensioni generose. Cerchi alti fino al tetto di Justine, ridotte, bull-bar. Quanto di più aggressivo si possa avere per fare fuoristrada.
Parliamo con lei perché lui è visibilmente fumante di incazzatura e intento a rigonfiare gli pneumatici.
Lei ci spiega che non ce l’hanno fatta fino a Sossuvlei. Sabbia alta e a metà strada li hanno dovuti tirare fuori con il traino e sono tornati indietro.
Cazzo. Se non ce l’hanno fatta loro con il mezzo da Dakar, Justine ha poche chance.
Ragioniamo, parliamo con le guide, ci galvanizziamo e partiamo.
Dobbiamo farcela.
Ben al volante. Faccia impegnata. Seconda marcia con giri al limitatore.
Sabbia alta.
Nel tratto impegnativo la macchina inizia a perdere giri ma con una mossa da Peterhansel dei giorni migliori (anche se fisiognomicamente è più All-Attiah dei giorni peggiori) Ben inforca la prima marcia e supera brillantemente la difficoltà.
Quando vediamo il cartello Sossuvlei sappiamo che ancora una volta Justine non ha fatto sconti a nessuno.
Scaliamo la Duna che bisogna scalare, in vetta cantiamo quello che bisogna cantare (E Inter Merda Inter Inter Merda, e Inter Merda Inter Inter Merda…)e scendiamo a lunghi passi lunari prima di rinfrescarci sotto l’albero che ha conservato Justine durante l’assenza.
A quel punto arriva l’esercito Polacco.
5 Fuoristrada (tra Defender, Land Cruiser e Pajero) armati fino ai denti con pneumatici di scorta, pale, verricelli, computer, navigatori, Radio CB, Compressori, Ricambi, Tende, Tavoli, Provviste e Palloni da calcio.
Si, Palloni da Calcio. 900 Palloni da calcio.
Faranno lo stesso nostro giro ma al contrario (Cape Town-Polonia) in 3 mesi giocando a calcio con i locali per farne un documentario. Il governo della Polacchia li ha omaggiati con 20.000 euro.
Loro mangiano e noi ripartiamo ma abbiamo un appuntamento sotto la Duna 45 per giocare a calcio.
Io guido i 4km di sabbia al ritorno senza mai togliere la seconda e senza mai scendere sotto i 4.000 giri.
Justine soffre un po’ il maltrattamento ma è di nuovo all’altezza.
Italia-Polonia.
Ci giochiamo solo la faccia (nessuna gamba di Garpez o Accrocchio da recuperare).
E come deve finire Italia-Polonia se non con una schiacciante vittoria Azzurra?
E cosi sarà.
Saluti e baci e si parte.
Direzione Sud, Destinazione Sud Africa.
Facciamo in tempo a visitare il Fish River Canyon come ultima tappa Namibica.
Guido tutta la notte per arrivare al canyon all’alba.
Ben sarebbe dovuto essere il navigatore per quel tratto. Il navigatore che sta sveglio e tiene sveglio il pilota.
Appena prima di partire si gira verso rendi per fargli una richiesta:
-Rendi, passami felpa e cuscino e occhio che vengo un po indietro con sedile e schienale…
Bastardo!
Fish River Canyon, spettacolare, all’alba e poi ancora a sud fino al confine.
Entriamo in S.Africa e navighiamo ininterrottamente fino a Paternoster sulla costa Atlantica a un centinaio di km da Cape Town.
Arriviamo a notte inoltrata e tutti gli alberghi sono assolutamente chiusi. Non ci rimane che piantare la tenda in centro citta sulla collinetta degli alcolizzati.
Appoggiamo la tenda su un letto di bottiglie di birra infrante e chiudiamo gli occhi.

Il giorno dopo facciamo il trionfale ingresso a Cape Town.
Piove. Cerchiamo il cartello Cape Town dove poter fare foto e video, ma niente.
Troviamo un concessionario Subaru, dove ci chiedono di quale marca sia Justine, e continuiamo fino in centro dove lasciamo Justine in un garage e noi in un Ostello.

Cape Town è un cocktail spettacolare di Africa ed Europa, Bianchi e Neri. Il clima cambia ogni dieci minuti come ad Amsterdam. Table Mountain troneggia, i bar sono pieni di gente e, per la prima volta in Africa, gli abitanti locali sono più ricchi dei turisti.

Rapida visita della città e lunga nottata nel quartiere di tendenza.
Assistiamo almeno a 5 risse, 2 arresti e 3 spacciatori portati nella vietta da Polizia e Buttafuori.

Ma la notte dura poco perche la mattina, prima del mio volo, dobbiamo onorare l’ultimo compito.
Piantare la bandiera a Cape Point, il promontorio che separa l’Atlantico dall’Indiano.
La bandiera l’abbiamo dimenticata, quindi non ci rimane che comprare una bottiglia di spumante locale e guidare per circa un’ora verso il punto più a sud del nostro viaggio.
Arriviamo con il primo sole.
Camminiamo fino al faro di Cape Point dove Rendi apre la boccia di spumante a tradimento e ci lava con violenza da Gran Premio.
Ironizziamo sul fatto che in realtà anche Santa Maria di Leuca è altrettanto spettacolare in quanto separa l’Adriatico dallo Ionio e sarebbe stato molto più facile arrivarci.
Però, ce l’abbiamo fatta!
Justine nel 2009 è partita da Milano.
Dopo circa 20.000km, 17 paesi, 2 oceani, 1 morto, 8 pneumatici bucati, 2 carnet de passage, 51 timbri doganali, 3 russe e 4 molle rotte è arrivata a Città del Capo.
Qualcuno dice che senza problemi si può spedire la macchina in S. America.
Noi ascoltiamo e continuiamo a sognare…

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3 thoughts on “5. Milan to Cape Project: Part II 2011-2012”

  1. Guys I just read this off Il Corriere and living in Cape Town I would love to know where this epic car is parked so that I may photograph it in all its glory!!

    Saluti.

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